1725 – LA “GITA” DI PAPA BENEDETTO XIII A VIGNANELLO

Strade, paesaggio, architettura e cerimonie religiose nella Tuscia del ‘700 a Vignanello e Vallerano


Martedì 6 Novembre 1725- L’entrata a Vignanello

Sotto una pioggia uggiosa, che aveva reso fangosa quella nuova strada che si dipanava attraverso i castagni della collina di Talano, per poi scendere rapidamente verso il fosso della Cupa, su cui era stato eretto un piccolo ponte,i l corteo papale percorse la nuova Via Ruspola, che scendeva e risaliva la valle che limita a sud il borgo di Vignanello, sfiorando i confini di Vallerano. Era stata aperta al solo scopo di far percorrere al Papa tutto il paese da ovest a est, e non era particolarmente comoda. Nel giro di qualche anno, sarebbe stata dimenticata…

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IL PERCORSO DEL PAPA ENTRANDO A VIGNANELLO

 

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LA COLONNETTA RUSPOLI

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IL PORTONE DEL MOLESINO

Ma quel giorno, era circondata da una folla immensa, e i Valleranesi non mancarono di far sentire la propria esultanza, schierando una banda di pifferi lungo il percorso della strada che fiancheggiava i confini fra i due paesi, segnati da coltivazioni di viti. Risalito sulla sommità dello sperone tufaceo sul quale sorge Vignanello, il corteo si trovò davanti il simbolo orgoglioso della potenza Ruspoli: una guglia, o piramide, o colonnetta, come sarà chiamata poi, eretta all’inizio del feudo, alta quasi sei metri, con due iscrizioni in marmo, una che ricordava l’arrivo del Papa, l’altra che sottolineava l’opera compiuta da Francesco Maria Ruspoli nell’aprire quella nuova Via. Sulla sommità, l’arma Ruspoli stilizzata, con i tralci di uva e i grappoli. Era un monumento semplice ed imponente, che suscitò l’ammirazione di tutti, un monumento, come molti altri del paese, che sarà dimenticato. La strada proseguiva ora diritta e in discesa verso l’ingresso della terra: anche qui una folla immensa era in attesa dell’arrivo del Pontefice. Il corteo si fermò davanti al Portone del Molesino, che con la cinta di mura chiudeva il paese a ovest: era stata eretto dal padre di Francesco Maria Ruspoli, Alessandro Marescotti Capizucchi nel 1691, su disegno dell’architetto Mattia de’ Rossi, a completamento del nuovo Borgo del Molesino, voluto dal fratello Francesco Marescotti Ruspoli, il primo della famiglia Marescotti a portare il cognome Ruspoli.

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IL BORGO DEL MOLESINO

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PORTA GRANDE FLAMINIA

Sul piazzale antistante, il Papa scese dalla carrozza. Ad attenderlo una compagnia di soldati vestiti in abiti turchini, con bandiere e tamburi, che avevano il compito, con gli sbirri locali, di mantenere l’ordine pubblico. In quel momento, una salva di ben duecento mortaretti fu fatta esplodere dalle colline vicine, in segno di giubilo per l’arrivo di Benedetto XIII. Il Papa sarebbe dovuto salire sulla sedia gestatoria per percorrere il lungo rettilineo in saliscendi fino al Castello in seda gestatoria, ma per prima cosa volle visitare la Chiesa dell’Angelo Custode, anch’essa eretta da Alessandro Marescotti Capizucchi appena prima del Portone. Ad attenderlo qui, c’erano Monsignor Coscia, elevato da pochi giorni al rango Cardinalizio, due Maestri di Cerimonie, Monsignor Gamberucci Arcivescovo di Amasia, e Monsignor Reali, il Vescovo di Civita Castellana, Monsignor Tenderini e il figlio del principe Monsignor Bartolomeo Ruspoli. Erano presenti tutto il clero della Terra e i magistrati. Il Papa, mentre i musici intonavano l’”Ecce Sacerdos Magnus”, si trattenne in preghiera prima davanti all’ altare maggiore e poi a quello di S. Filippo Neri. All’uscita dalla Chiesa, il Principe presentò, in segno di sottomissione, due chiavi del suo feudo, dorate e legate insieme da un cordone dorato anch’esso, a simboleggiare la fedeltà al Papa, che le benedisse e le ripose nel bacile dorato sostenuto dal figlio Alessandro, dicendo al Principe che stavano bene nelle sue mani. Salito sulla sedia gestatoria, furono ammessi al bacio del piede i Magistrati della Terra, vestiti con gli abiti ufficiali della loro posizione, e finalmente il Papa, fra nuovi spari di mortaretti, musiche di tamburi e pifferi, e grida di giubilo della gente, cominciò ad attraversare il Paese, prima scendendo la ripida china del Borgo del Molesino, poi risalendo verso il Castello, attraverso la Porta Grande o Porta Flaminia. Giunto sulla Piazza, completata dal nuovo edificio dei Casini, il Pontefice, benché stanco del viaggio, decise di visitare la Chiesa Collegiata, appena terminata, rimanendo colpito e ammirando la sontuosità dell’interno e le opere d’arte in essa racchiusa.

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IL CASTELLO A FINE ‘800

Terminato il breve giro, e scortato dalla compagnia di soldati che tenevano a bada il numerosissimo popolo accorso, Benedetto XIII giunse finalmente al portone del Castello, dove c’erano ad attenderlo inginocchiate la moglie del Principe, Isabella Cesi, con tre figlie, la Duchessa di Gravina, Donna Vittoria e Donna Maria. Il Pontefice, dopo averle fatte sollevare, e guardando con particolare attenzione Giacinta, moglie di suo nipote Berualdo Orsini duca di Gravina, il cui matrimonio era in crisi, le ammise al bacio del piede. Poi, nonostante le sue insistenze, dato il tempo che minacciava pioggia, fu dissuaso ad andare a passeggiare nel parco e fu condotto nei suoi appartamenti, che erano stati arredati in modo tale da somigliare a quelli di Roma: “prete da scardargli il letto, e lumini di cera pp la notte, et ogn’altra cosa necessaria conforme a quello di cui si serve Sua Santità in Roma sino le corone vicino l’inginocchiatore, lenzuola di lana, berrettini, pianelle e sino la tabacchiera piena di tabacco sopra il tavolino et altre cose pp servizio di Sua Santità che del tutto se n’è servito”. Qui il Papa si trattenne in colloquio con le dame della famiglia per più di un’ora, licenziandole poi con la benedizione e il bacio del piede. La giornata si concluse con una lautissima cena data a tutta la corte alta e bassa, mentre fuori del castello si ripetevano le scene di giubilo, con fuochi d’artificio, musiche di pifferi e tamburi, campane a stormo, le case tutte illuminate con torce, in segno di giubilo per la presenza del “Supremo e Santissimo Pastore della Chiesa”.


 Mercoledi 7 Novembre – La preparazione

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LA CHIESA COLLEGIATA A INIZI ‘900

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L’ ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA COLLEGIATA

Pioveva ancora, quella mattina, ma come al solito il Pontefice, nell’esercizio delle Sue funzioni, non ebbe esitazioni: per prima cosa si recò nella Chiesa dell’Angelo Custode, dove celebrò messa insieme al clero del paese e al Vescovo Tenderini e tutti gli Arcivescovi, poi tornando al castello volle di nuovo visitare da solo la Chiesa Collegiata. Rimase ammirato dalla quantità di opere d’arte presenti nella Collegiata, ed in particolare dallo splendido organo dei fratelli Alari. Salì poi fino al pulpito, con la mente già rivolta all’argomento della predica che avrebbe tenuto durante la cerimonia di consacrazione. Dopo questa accurata visita, Benedetto XIII tornò al castello dove, per pranzo, bevve la sua solita tazza di cioccolata, mentre il Principe e tutti gli accompagnatori digiunavano in preparazione della cerimonia. Alle 16, il Pontefice si recò nella Chiesa di S. Giovanni, dove erano state depositate le reliquie portate da Roma in un piccolo bauletto ricoperto di velluto rosso fissato con chiodi d’argento. Qui Benedetto XIII, vestiti gli abiti pontificali, espose le reliquie sostando in preghiera. Poi, con la Sua solita attenzione ai bisogni del clero, si recò nella sagrestia della nuova Chiesa, per suggerire all’abate Nicola Loppi di evitare la veglia di tutto il Clero davanti alle reliquie, stante l’impegno del giorno dopo, ma di organizzarne la presenza a due a due. Instancabile, il Papa volle andare in carrozza fino alla Chiesa della Madonna di Sutano, in piena campagna, e al ritorno passò attraverso il Parco detto la Marescotta fino al portone del Castello, dove entrò in sedia gestatoria. Arrivato nel Suo appartamento, trovò ad aspettarLo un regalo di trentasei portate inviatogli dai figli del Principe Colonna. Con la generosità che Lo contraddistingueva, donò il vino ai Frati di S. Sebastiano e inviò tutto il resto a Roma. La sera si ripeterono le stesse scene di giubilo del giorno precedente.


Giovedì 8 Novembre – La consacrazione

Il gran giorno era arrivato. Dappertutto nel Paese si respirava l’aria delle grandi occasioni, con gli abitanti stupefatti dalla presenza di tante persone di rango, vestite con i loro abiti sfarzosi. Alle 7 di mattina, il Papa con Monsignor Coscia, Monsignor Tenderini e altri tre arcivescovi, era già nella Chiesa di S. Giovanni. Come al solito, preoccupati più per se stessi che per il Pontefice, i prelati gli fecero osservare che minacciava pioggia, quasi a volerlo sconsigliare di effettuare la processione. Al che il Papa, scrollando le spalle, rispose: “La Beatissima Vergine ci aiuterà”, così come fece, non piovendo per tutta la durata della cerimonia. Iniziò la processione, preceduta dalla croce papale portata dal crocifero, e composta da tutto il seguito papale e dai cantori, e seguita da una infinità di gente. Le attività nel paese era ferme. Il corteo si fermò davanti alla porta principale della Collegiata, quindi fece due giri intorno alla chiesa e alla fine entrò; qui furono svolte le prime funzioni. Era giunto il momento di portare le reliquie in chiesa: dalla porta della sagrestia, i prelati si recarono nuovamente nella Chiesa di S. Giovanni, da dove uscirono di nuovo processionalmente, preceduti da quattro sacerdoti con le pianete rosse con ricami dorati che sostenevano una lettiga con sopra il bauletto contenente le reliquie. La processione fece il giro della piazza in mezzo ad una folla immensa, poi si fermò sullo spiazzo antistante, dove il papa, seduto sul faldistoro e circondato da tutto il clero, invitò i presenti ad entrare nella Collegiata “per ivi udire la divina parola”. Entrati in Chiesa i soli prelati e la famiglia del Principe , furono consacrati i vari altari; il Papa consacrò quello dell’Altar Maggiore, ponendovi le reliquie dei Santi Martiri Urbano e Clemente, mentre gli altri prelati consacravano i restanti altari. Il Papa, accompagnato da due prelati, salì sul pulpito,e a quel punto fu aperta la porta maggiore della chiesa, permettendo alla gente presente di entrare. Calmatosi il trambusto, dovuto anche alla sorpresa di trovarsi in una chiesa così bella, il Papa iniziò la sua predica, nella quale volle spiegare a tutti i presenti il significato della consacrazione, e la sua estensione anche al popolo presente. Mise in guardia tutti contro gli abusi che spesso si commettono anche nei templi divini, e concluse ringraziando il Principe per la sua generosità nell’erigere una così splendida Chiesa e benedicendo gli astanti. La gente accorsa fu fatta uscire dai soldati e dagli sbirri, mentre all’interno il Papa e gli altri del clero dicevano messa nei vari altari. Terminate le funzioni, tutti, piuttosto stanchi di quella intensa giornata, tornarono al castello.


Venerdì 9 – La consacrazione dell’altare del Ss. Rosario, la traslazione del corpo di S. Innocenzo Martire e le cerimonie private

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LA CHIESA DI SAN SEBASTIANO

Il Venerdì fu un giorno ulteriormente significativo: già alle 8 di mattina il santo Padre era in chiesa a consacrare l’altare del Ss. Rosario con Monsignor Tenderini. Finita la consacrazione, si diede inizio a quella della traslazione del corpo di S. Innocenzo Martire, donato al Principe dal Papa Innocenzo XIII, sotto l’altar maggiore. La processione si snodò dalla Chiesa per tutta la piazza, aperta dal crocifero del Papa, seguito dal Papa stesso e dal vescovo di Civita Castellana e gli altri Arcivescovi, vestiti pontificalmente, che portavano sulle spalle il corpo del martire. Seguiva tutto il clero con le torce accese in mano, e chiudeva una moltitudine di gente. Il corpo del martire fu risposto da Benedetto XIII sotto l’altar maggiore, dove fu chiuso da grate dorate. Successivamente il papa disse messa all’altare del Ss. Rosario. Poi, vestito degli abiti pontificali, il Pontefice conferì il sacramento della cresima ai figli del Principe: il padrino di Don Alessandro fu il Cardinal Coscia, mentre la madrina delle figlie Vittoria e Maria fu la sorella Duchessa di Gravina. Il Pontefice si dimostrò ancora una volta instancabile. Terminate le funzioni, decise di andare a passeggiare nel parco del Castello, da dove uscì per visitare la Chiesa e il Convento di S. Sebastiano, che chiudeva a Est il paese. Qui trovò le Principesse Ruspoli a cui diede il permesso di visitare il convento. Ma la giornata non era ancora finita: forse ricordando che era soprattutto un pastore di anime, Benedetto XIII, verso le 16, con tutto il suo seguito, e la scorta del principe e del figlio, nonché dei cavalleggeri e degli svizzeri, si trasferì a Vallerano, alla Chiesa della Madonna del Ruscello. Giunto davanti alla piramide, vi trovò convenuta una folla immensa che lo seguì fino alla Chiesa. Qui rimase in preghiera davanti alla immagine della Madonna, prima di tornare al Castello.

 


Sabato 10 – La benedizione e la partenza

Il Principe aveva chiesto a Sua Santità, prima della partenza, di voler benedire la Terra e il Popolo di Vignanello. La voce si sparse in un batter d’occhio, e così già dalle 6 di mattina la piazza e le strade del paese erano stracolme di persone, moltissime arrivate dai paesi vicini. Per la benedizione, era stata riccamente adornata la loggia del castello che affaccia sulla piazza, con tende di velluto cremisi, un baldacchino con frange e trine dorate, e una coperta sulla ringhiera di broccato rosso. Alle 8, davanti ad un tripudio di gente, il Pontefice si affacciò, e diede la Sua benedizione alla popolazione festante. Il Papa si ritirò poi di nuovo nei suoi appartamenti, dove accolse la famiglia del Principe, i nobili forestieri che erano stati ospiti di Francesco Maria, e i Magistrati dell’Insigne Terra, che non mancarono di ringraziarlo per la concessione della gabella del macinato. Ma Benedetto XIII era pastore, e così, dopo aver ammesso al bacio del piede tutti i presenti, che rappresentavano l’elite, scese nuovamente in Chiesa, dove ad attenderlo c’erano molti infermi, ai quali il Papa rivolse parole di conforto unitamente alla sua Benedizione. La visita era ormai giunta al termine. Il Pontefice uscì dalla porta laterale della Sagrestia e salì in carrozza, sempre accompagnato dai suoi Maestri di cerimonie, e, seguito ancora dal Principe e dal figlio Alessandro a cavallo, iniziò il suo ritorno a Roma. Erano stata una settimana intensa, e negli animi dei presenti si succedevano emozioni diverse; in quello del Principe la soddisfazione della visita e l’orgoglio di quanto aveva realizzato, in quello del Papa le preoccupazioni sulla corte Romana, in subbuglio per l’elezione a Cardinale di Monsignor Coscia, e l’amore per la gente, a cui avrebbe voluto dedicare più tempo, e in quello delle persone che erano state in vario modo presenti la certezza di aver partecipato ad un evento storico.

QUALCHE CONSIDERAZIONE
Il viaggio di Benedetto XIII rappresenta il punto di culmine della trasformazione di Vignanello da borgo medievale a centro barocco. Dopo il 1725, ci furono ancora alcuni interventi, come il completamento dei Casini nella Piazza del castello, l’innalzamento della Colonna della Giustizia, e la costruzione dello stallone accanto alla Chiesa dell’Angelo Custode, seguita dalla ristrutturazione del Borgo di S. Sebastiano, ma sono interventi di completamento e consolidamento, che non alterano la struttura urbanistica. Dedicherò un terzo articolo a descrivere i monumenti già esistenti e quelli eretti nel corso del’700, anche per sottolineare come, dalla fine dell’800 ad oggi, ci sia stato un continuo degrado del paese, con abbattimento e spostamento di monumenti, come la Colonna Citatoria ora nel giardino del Castello, e “vendita” di alcuni, come la Piramide o Colonnetta Ruspoli, oggi invisibile perché contenuta in un giardino privato. Sono dell’opinione che occorra fare un grande sforzo perché Vignanello recuperi le sue memorie e i suoi monumenti.


NOTE BIBLIOGRAFICHE:
Gli eventi della “gita” di Benedetto XIII attraverso la Tuscia Meridionale, fino a Vignanello, sono narrati da molte fonti. Le principali sono due documenti anonimi, probabilmente redatti da un incaricato di Francesco Maria Ruspoli, e conservati nel Fondo Ruspoli Marescotti all’Archivio Segreto Vaticano. Ci sono poi due estesi rendiconti pubblicati sul “Diario Ordinario” di Roma (detto comunemente Chracas), sui numeri 1290 e 1293, rispettivamente del 10 e 17 Novembre 1725; il manoscritto di partenza è conservato presso l’Archivio dell’Ufficio delle Celebrazioni Pontificie del Sommo Pontefice, a ribadire l’importanza di tale viaggio. Infine, da non trascurare per alcune informazioni, le notizie riportate sul “Diario” di Francesco Valesio, un erudito che ci ha lasciato importanti notizie sui fatti romani dal 1700 al 1740.

M. GRATTAROLA MAGGIO 2015