Oggi Vignanello è cio’ che è stato…………

C’era una volta incastonato fra i Monti Cimini “Iulianellus”…………
Be’ penserete che vi stiamo per raccontare una favola…difatti il nostro paese sembra proprio uscito da film “Non ci resta che piangere “con Benigni e Troisi. E un po’ come “Frittole”, è stato teatro di singolari eventi, a metà fra la veridicità storica e la leggenda. Per tale motivo non avanziamo la pretesa storiografica di raccontare i fatti e gli eventi in modo approfondito, ma solo di narrarli in modo semplice, sintetico e speriamo esaustivo.
Le scoperte, gli episodi, le guerre, i poteri papali, le prese di potere, le conquiste del feudo, gli intrecci dinastici, hanno fatto del nostro paese quello che è oggi “Vignanello è cio’ che è stato”.

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Homo Sapiens visse in località Cenciano Diruto

A livello paleontologico si sono scoperti insediamenti umani risalenti all’Homo Sapiens, quindi di era Paleolitico Superiore e Mesolitico, cioè parliamo di un lasso di tempo che va fra i 90.000 e i 30.000 anni fa. La zona del paese interessata è la località Cenciano Diruto.

Gli Etruschi si insidiarono fra il Molesino e la Valle del Fosso della Cupa

“L’ha detto un uomo che non è un cretino: Vignanello è la perla del Cimino”
(Gualtiero Sbardelli)

Esempi evidenti di resti di vita falisca-etrusca, si sono scoperti agli inizi del XX secolo e solo grazie agli investimenti e alla grande volontà del principe Alessandro Ruspoli, VII principe di Cerveteri, vennero fatti degli scavi archeologici, in seguito ai quali venne stabilito che nella zona Molesino, si ergeva fra l’VIII e il VII secolo a.C. un importante centro urbano con relativa necropoli sita in zona Valle del Fosso della Cupa. Proprio in questa zona furono scoperte 16 tombe di tipo ipogeo con pianta quadrata, i cui corredi funebri sono oggi esposti nel Museo Etrusco di Civita Castellana e nella sala 31 del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Di rilievo gli alabastron di bucchero ionico, che sono un esempio raro e prezioso delle importazioni di ceramica greco-orientale nella campagna falisca. Come è noto, anche negli scritti del poeta latino Plinio, gli etruschi, come si sa, coltivavano già la vite con tecniche evolute in tutta l’Etruria. In particolare nel nostro paese proprio nella necropoli fu ritrovato uno stamnos falisco, cioè un vaso bello grande a figure rosse con Dioniso e Oinopion, che serviva per portare il vino a tavola, versato ai commensali con un lungo mestolo di bronzo.

In fuga dai Visigoti, le genti romane trovano rifugio a Julianellum.
Le origini del nome: Da “Iuliano” a “Olivetum in Feudo Julianelli”

Dalle leggendarie ricerche storiche di Giuseppe Manini, che abitò a Vignanello agli inizi del 1800, emerge che intorno al 410 d.C., le genti in fuga da Roma dopo l’evento del “Sacco”, trovarono rifugio nelle “…fertili terre vulcaniche, inoltre, anche per l’abbondante selvaggina…, venne a trovarsi Iulianellus o Iulianellum….., così il fundus Iulianus dovette essere il podere di Iulius o Iulia” (Pacelli Augusto, 1999, p. 14). Difatti la leggenda narra che nell’insediamento del Vicus, fra i fossi Zangola e Cupa, c’era una persona di spicco un tale “Giuliano”, da cui il paese prese il 1° nome di “Giulianello” fino ad arrivare al nome attuale “Vignanello”, rafforzata tale tesi dalla coltivazione delle Vigne. Difatti la prima ufficialità del nome si ha intorno al 604 d.C. in seguito al dono del Pontefice Gregorio Magno nei confronti della Basilica Vaticana: “Olivetum in Feudo Julianelli”.

Dal Sacro Romano Impero ai Monaci Benedettini

I pontefici trasformarono Ialianellum in un possedimento benedettino (1081-1082), di conseguenza il “vicus” divenne “castrum” e si fortificò in un centro urbano circondato da una cinta muraria, dove si imponeva forte la Rocca Benedettina, edificata proprio dai monaci, che si trasformerà poi più avanti nel Castello Ruspoli, che conosciamo oggi.

Nel 1169 Federico Barbarossa fa includere Vignanello nei possedimenti viterbesi:
le guerre e il potere papale

Federico Barbarossa riuscì a strappare Vignanello alla Chiesa e ad annetterlo sotto l’impero viterbese e da quel momento in poi Vignanello fu teatro di numerose e sanguinose guerre, dove spiccarono le famiglie degli Aldobrandini, degli Orsini e dei Prefetti di Vico. Dopo le guerre, Vignanello tornò sotto il dominio della Chiesa, per essere poi ceduto da Calisto III Borgia all’Ospedale Santo Spirito nel 1456, perché bisognoso di costituire una flotta contro i Turchi. Fu poi alla sua morte, che Pio II Piccolomini acquista Vignanello, Vallerano e Carbognano per la modica cifra di 4.000 fiorini.

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Dopo gli Orsini e i Borgia: La famiglia Farnese prima feudataria di Vignanello

Nel 1449 fu fatto governatore Orsino Orsini che scatenò con i vignanellesi accese vicissitudini e fu proprio il suo comportamento despota che portò all’inizio delle ostilità fra gli Orsini e i Borgia. Si susseguirono poi altri governatori fino all’arrivo dell’importante famiglia dei Farnese, legittimata dal Papa Clemente VII, che nel 1531, concede il feudo a Beatrice Farnese di Pier Bertoldo, ramo dei Latera. Ebbene sì, una donna come prima feudataria del nostro paese, che era nipote del Cardinale Alessandro ed era sposata con Antonio Baglioni, padrone di Castel Piero (oggi San Michele in Teverina). Con Beatrice Farnese inizia un periodo di pace, trascritto anche con atto Notarile per volere del Pontefice esortato dai vignanellesi, che venivano da anni di guerre e imposte ingiuste. La signora Beatrice “esercitava il merum et mixtum imperium, cioè il pieno potere fiscale, amministrativo e giurisdizionale sulla Terra, anche se temperato dall’autorità papale” (Pacelli A., 1999, p. 23).

Gli Orsini, I Farnese e i Marescotti

“Signori eredi di regal lignaggio:
i Marescotti, i Ruspoli e i Farnese,
di fede testimoni e di coraggio.”
(Piermartini Nicola, 2012, Vignanello un luogo nell’anima, Vallerano, Tipografia “AK” s.a.s., p. 34, versetti 69-72)

La figlia di Beatrice, Ortenzia, soprannominata poi “Lucrezia Borgia di Parrano”, sposò in prime nozze Sforza Marescotti e quindi alla morte di Beatrice, sua figlia e il genero divennero Conti di Vignanello ed ottennero il Castello e il territorio. Da sottolineare che Sforza Marescotti, discendeva da un valoroso condottiero scozzese “Marius Scotus”, chiamato nel 773 d.C. da Carlo Magno per sconfiggere i Longobardi in Italia e che il suo coraggio fu determinante nella vittoria dei Franchi ai danni del dominio Longobardo in Italia. Diventato poi parte della scorta del Papa e apprezzato consigliere, Mario Scoto riceve in dono da Carlo Magno il contado di Bagnocavallo di Romagna, con la legittimazione del suo stemma “leopardo rampante di Scozia, con i tre gigli, simbolo dei re di Francia”. Il suo nome fu poi italianizzato in Marescotti.

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L’unione in matrimonio di Ortenzia con un discendete di Marius Scotus, diede inizio alla tanto desiderata pace e tranquillità, che i vignanellesi attendevano da secoli. Difatti, grazie a loro iniziò la ricostruzione della rocca Benedettina e la trasformazione nel castello che conosciamo oggi. Tali opere furono commissionate all’architetto Sangallo detto “Il giovane”; mentre la realizzazione degli spazi esterni, della fontana centrale del giardino, dell’entrata e dell’ala sud del castello che guarda a Roma, furono affidati a Jacopo Barozzi detto “Il Vignola”. Sempre in questo periodo venne fatto edificare anche il Vecchio Palazzo Pretoriale (1538).
Dall’unione di Ortenzia e del Marescotti nacquero due figli: Alfonso e Beatrice. In seguito Ortenzia sposerà in seconde nozze Girolamo de’ Conti di Marsciano, diventerà nuovamente vedova nel 1545, per poi sposarsi ancora in terze nozze con Ranuccio Baglioni, Conte di Parrano, nel 1549. Ben presto rimarrà di nuovo vedova, Ranuccio era infatti un tiranno poco amato dal popolo e per questo venne ucciso in un agguato dagli stessi vignanellesi.
Tornando ai figli di Ortenzia: nel 1556 Alfonso sposò Giulia di Alberto Baglioni, dalla quale ebbe 5 figli. Alla morte della madre, Alfonso governò Vignanello in un periodo caratterizzato da violenti lotte e turbolenze, che non stiamo a spiegare. Fu proprio uno dei 5 figli di Alfonso e Beatrice, Marcantonio a riportare la pace, sposando nel 1575 Ottavia figlia di Vicino Orsini e Giulia Farnese, Signori di Caprarola. La loro unione porterà alla nascita di 5 figlie e 3 maschi: Ginevra, che sarà poi spedita dal padre in convento; Ortensia, morta giovane; Clarice, fatta monaca di clausura per volere del padre; Urbana, Ortensia data in sposa a Paolo Capizucchi; Galeazzo e Sforza Vicino che si fece prete. Degna di nota è la triste storia della giovane Clarice: la povera ragazza fu chiusa in convento contro la sua volontà, mentre sua sorella minore andava in sposa all’uomo di cui era innamorata. Stiamo parlando della nostra Santa Giacinta beatificata da Pio VII nel 1807(per approfondimenti vedi sezione dedicata “Santa Giacinta”).
Alla morte di Marcantonio, Ottavia prese in mano il feudo di Vignanello assieme ai figli Sforza Vicino e Galeazzo. In questi anni furono costruiti nel Castello: il Ponte Levatoio ed un bellissimo giardino all’italiana (1611), che riporta in alcuni “parterre” le iniziali di Ottavia Orsini e dei figli Sforza Vicino e Galeazzo (per approfondimenti vedi sezione “Informazioni e servizi turistici”). Ottavia era figlia di Pierfrancesco Orsini detto Vicino, che aveva fatto costruire il “ Parco dei Mostri” a Bomarzo.

Il  matrimonio del secolo:
Sforza Vicino Marescotti e Vittoria Ruspoli

Il figlio di Ottavia Orsini, Sforza Vicino Marescotti, che come sappiamo discendeva sia da parte di madre sia da parte di padre dai Farnese, sposò Vittoria Ruspoli dei Marchesi di Cerveteri nel 1617. Questo matrimonio sarà a livello di discendenza dinastica e al livello economico e socio-culturale molto importante: grazie alla pratica della surrogazione che permetteva ad un discendente femminile il cui casato era in estinzione, di utilizzare il cognome per preservalo nei tempi. La famiglia Ruspoli riuscì in questa maniera a tramandare il proprio nome.
Quindi i figli nati da questa unione presero il cognome della madre Vittoria Ruspoli, nome proveniente da un’antica e nobile famiglia d’origine fiorentina del XIII secolo, proprietaria di una banca a Siena. Lo stemma dei Ruspoli raffigura proprio i monti di Siena, che simboleggiavano i “monti d’oro”, nonché soldi-banche. Oggi questo stemma non rappresenta solo le Casate dei Principi, ma rappresenta anche il nostro paese, in quanto si trova anche nello stemma del Comune di Vignanello ed è raffigurato in numerosi monumenti. Dopo il matrimonio, per volontà di Sforza Vicino furono terminati i lavori di costruzione del Palazzo Pretorio e fu ampliata la vicina piazza.

I Ruspoli

“Famiglie nella storia risonanti,
sorgenti schiette di rampolli alteri,
di Principi, feudatari e Santi,
di Papi, cardinali e condottieri.
(Piermartini Nicola, 2012, Vignanello un luogo nell’anima, Vallerano, Tipografia “AK” s.a.s., p. 34 versetti 73-76)

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I Marescotti Ruspoli non solo facevano parte dell’Ordine dei Templari, ma vantavano nella loro discendenza personaggi illustri che parteciparono ad eventi di grande rilevanza storica: dalle crociate, alla scoperta del Nuovo Mondo, fino alle numerose esplorazioni in Oriente. Molti di loro si distinsero come poeti, giuristi, pittori, mecenati, cavalieri e santi: ben quindici pontefici sono legati a questa famiglia da vincoli di sangue. Non a caso i Ruspoli venivano chiamati la “nobiltà nera”, perché era l’aristocrazia legata al Papa, nera come nero era l’abito talare.
Riprendiamo la nostra storia… nel frattempo la sorella di Sforza Vicino, Ortensia sposa Paolo Capizucchi dalla cui unione nascono 9 figli. Purtroppo la gestione familiare dei beni viene sperperata al gioco dal figlio Francesco, che era anche scapolo.
Il matrimonio del secolo, invece, si deve al fratello di Ortensia, che prese in sposa Vittoria da cui ebbe ben 12 figli, anche se da fonti storiche se ne contano 10: Marco Antonio, Galeazzo, Francesco, Ludovico, Orazio, Alfonso, Maria Innocenza, Ottavia Felice, Angela Maddalena e Alessandro.
Alla morte di Sforza Vicino, come scritto nel suo testamento i possedimenti vennero divisi in 2: il feudo di Vignanello e tutti i beni annessi andranno a Marco Antonio, mentre il feudo di Parrano al fratello minore Francesco. In più i beni concessi per clausola dovevano rimanere in famiglia diventando proprietà del primogenito. Il fratello di Vittoria, Bartolomeo Ruspoli sposato ma senza eredi, acquistò il Palazzo e la tenuta di Cerveteri dal Duca Orsini per la modica cifra di 550.000 scudi (http://www.julianellum.it/).
Alla morte di Marco Antonio, il fratello Galeazzo ormai impegnato nella carriera ecclesiastica, passò la gestione del feudo al fratello minore Francesco. Con i guadagni delle imposte chieste al popolo vignanellese, Francesco fece edificare le abitazioni del nuovo borgo del Molesino e nel 1673 ordinò la costruzione della “Fontana Barocca” sul Ponte della Fontana. I beni passarono poi per tutta una serie di vicende di successione ad Alessandro Marescotti, il quale in questo periodo riceve in dote il cognome dal cugino Francesco Capizucchi, in quanto quest’ultimo non aveva eredi e aveva gestito male le proprietà di famiglia. Quindi in alcuni documenti vedremo comparire il nome di Alessandro Capizucchi, mentre in altri leggeremo il nome di Marescotti Ruspoli (http://www.julianellum.it/).
Nel periodo che va dal 1688 al 1703 Alessandro governò il paese, a lui si deve la costruzione della Porta del Molesino, meglio conosciuta come “Arco del Vignola”. Per anni gli storici hanno ritenuto che l’arco fosse opera di Jacopo Barozzi detto “Il Vignola”, ma le recenti ricerche di Maurizio Grattarola e Vincenzo Pacelli, dimostrano che il Vignola non può essere considerato l’autore dell’arco, in quanto morì 100 anni prima della costruzione del monumento e la paternità quindi andrebbe riconosciuta all’architetto e ingegnere Mattia De Rossi, allievo del Bernini (per approfondimenti consultare l’articolo specifico su http://www.tusciaweb.eu/2014/06/quellarco-non-era-vignola/).
Ma torniamo alla storia… il figlio di Alessandro appena citato, Francesco Maria Ruspoli, nipote di Sforza Vicino e di Vittoria, prima Conte di Vignanello, poi Marchese e infine Principe, ebbe l’eredità nel 1708 anche di Cerveteri”(Petrucci 1976, p.36).
Per sua opera il paese cambiò volto e per far ciò si affidò ai migliori architetti dell’epoca: Giovan Battista Contini e Giovanni Battista Gazzale. Il principe Francesco infatti fece costruire il Borgo di San Sebastiano, la Chiesa dei SS. Angeli Custodi, la Casa del Governatore, la Chiesta Collegiata, Il Nuovo Palazzo Pretorio, oltre a nuove piazze e strade.
Ricordiamo che la Chiesa Collegiata fu consacrata con una solenne cerimonia celebrata dal Papa Benedetto XIII nel 1725. Alla morte di Francesco, il feudo passò in successione prima a suo figlio Bartolomeo Cardinal Ruspoli e poi al fratello di quest’ultimo: il Principe Alessandro.
Francesco Principe Ruspoli figlio di Alessandro continuò la dinastia sposando la figlia del Principe Khevenhuller Metsch, Donna Leopoldina dalla quale ebbe ben 7 figli.
Il Principe Don Francesco nel corso degli anni ricevette alte cariche dalle istituzioni dell’epoca e nel 1703 istituì “Il Reggimento Ruspoli”, che era completamente a servizio del Papa Re (Petrucci Giovanni, 1976 ristampa).

Francesco Maria Ruspoli mecenate di Georg Friedrich Händel

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio et nunc et
Semper et in saecula saeculorum.
Amen.
(Testo del Gloria di George Friedrich Handel)

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Torniamo a Francesco Maria Ruspoli, che membro dell’Accademia dell’Arcadia, fu mecenate dal 1707 al 1709 del compositore tedesco di musica barocca Georg Friedrich Händel, il quale compose per il principe alcune fra le sue opere più importanti che furono determinanti nella carriera del musicista. Si narra che ogni domenica il musicista dovesse comporre un’opera per Francesco Maria ed eseguirla nei giardini e nelle sale del Castello Ruspoli. Vengono attribuite al periodo di soggiorno vignanellese alcune delle sue composizioni più importanti: Il Gloria, si dice per la prima volta eseguito presso la chiesa del Ruscello di Vallerano con l’antico organo; L’Armida Abbandonata; Diana Cacciatrice; La Resurrezione; Il Trionfo del Tempo e del Disinganno; Salve o Regina; Dixit Dominus, Musica per i Reali Fuochi d’Artificio HWV 351 in re maggiore; Cor Fedele.

Vignanello 1798-1870

In questo periodo prima a Roma ne 1797 e poi a Napoli nel 1798 scoppiò la rivoluzione e i francesi arrivarono così anche a Vignanello portando lotte e guerriglie fino a quando grazie alla benefica nebbia ed al provvidenziale ordine di ritirata dei francesi venne proclamata la Repubblica Romana. Fu così che il Principe Don Francesco Ruspoli perse ogni potere sui feudi di Vignanello, Cerveteri e Riano. Il potere feudale fu infatti abolito e Vignanello passò sotto il Governo Pontificio fino al 1870, anno in cui fu proclamata l’Unità d’Italia.

“Il centro del mondo, il culo del mondo è Vignanello.
E non c’è c’entro più centro di Vignanello.
Poi, dopo Vignanello, vengono le altri capitali d’Europa…..”

Alessandro “Dado” Ruspoli


da “Moments with Papà Dado 1” – Tao Ruspoli – 2008

Bibliografia e Fonti