San Biagio è molto popolare nelle campagne tant’è vero che è considerato il patrono dei contadini. Una volta nel giorno della sua festa, il 3 febbraio, in molti paesi dell’Europa meridionale si usava portare in chiesa un pugno di cereali che, benedetti, venivano poi mescolati a quelli della semina perché assicurassero un buon raccolto.
Questo patronato, che non ha alcun rapporto con la storia del Santo, deriva probabilmente da riti precristiani connessi al periodo di passaggio fra l’inverno e la primavera: erano cerimonie di lustrazione dei campi e del bestiame. La collocazione calendariale della sua festa in un periodo di transizione è testimoniata anche da alcuni proverbi: “Sante Velase / da ogni pertuse u’ sole trase”, ovvero “Per San Biagio entra il sole da ogni spiraglio”, ricorda un proverbio pugliese mentre un altro in rima baciata sostiene che al 3 di febbraio finisce il freddo: “Il barbato / il frecciato / il mitrato / il freddo è andato”, dove il barbato è Sant’Antonio abate, festeggiato il 17 gennaio, il frecciato è San Sebastiano, il cui dies natalis cade il 20 gennaio, e il mitrato è il vescovo San Biagio. Che il freddo finisca all’inizio di febbraio è una speranza più che una certezza, soprattutto nell’Italia settentrionale. Ma effettivamente in quei periodo il sole si è già leggermente alzato sull’orizzonte e le giornate si sono allungate allentando la morsa del gelo.
Biagio_pg_05Di questo Santo veneratissimo Maratea, la cittadina lucana che si affaccia su una delle più belle coste del Tirreno, sostiene di possedere da più di dodici secoli le reliquie nel suo santuario. Secondo la tradizione locale. il 12 maggio del 732 alcuni cristiani armeni, che avevano prelevato parte del suo corpo dalla basilica di Sebaste in Armenia, dove era stato sepolto dopo il martirio, per sottrarlo alle devastazioni degli iconoclasti, stavano veleggiando verso Roma quando furono spinti da una tempesta contro il lido dell’isolotto di Santoianni, di fronte a Maratea. I profughi pensarono che quella fosse la sede definitiva del Santo. La popolazione di Maratea accolse con entusiasmo le reliquie – il torace, un femore, una parte del cranio e del braccio destro – e costruì in cima al colle che sovrasta la cittadina che prese poi il nome del patrono, una cappella sulle rovine di un tempio dedicato a Minerva. Nel corso dei secoli la cappellina si è ampliata raggiungendo le dimensioni dell’attuale basilica fin dal XIII secolo. Nel XVII il re di Spagna Filippo IV volle costruire all’interno del santuario la cosiddetta “Cappella reale” dove tuttora sono custodite le reliquie in un cofanetto di marmo posto sotto l’altare sopra il quale campeggia il busto d’argento del patrono che non è più l’originale, modellato nel 1706 e rubato nel 1976, ma una copia fedele che risale al 1979. Nella cappella è conservata anche una coppa d’argento in stile gotico che raccoglieva la cosiddetta manna, un liquido acquoso di color biondo gocciolante dall’urna, ma anche dalle colonne e dalle pareti della cappella, e talvolta persino dagli altari e dai muri di tutta la chiesa. Ma dal 1620 circa il fenomeno si è attenuato e si è ripetuto sporadicamente: per quale motivo, naturale o soprannaturale, non sappiamo.
In ogni modo Maratea non è la sola cittadina a vantarsi di possedere reliquie di San Biagio. Vi sono, sparse per l’Europa, quattro teste, otto braccia e decine di dita, denti e piedi. La gola invece era venerata una volta nella chiesa romana di San Biagio del Cantu secuta — detta popolarmente San Biagio alla Pagnotta – e fu poi trasferita sotto Eugenio IV (1431-1447) nel Tesoro di San Pietro. Su San Biagio – il cui nome latino, Blasius, diventato un gentilizio in età repubblicana, derivava dall’aggettivo blaesus, balbuziente, a sua volta derivato dal greco blaisos, storto, sappiamo poco di certo perché i suoi Atti, ossia la cronaca del martirio, sono tardivi e leggendari. Fu probabilmente vescovo di Sebaste in Armenia e forse anche medico prima della sua consacrazione episcopale. Quanto al martirio, risalirebbe al 316. Secondo la leggenda, durante la persecuzione di Licinio in Oriente nel 314, il vescovo di Sebaste fu costretto a rifugiarsi in una grotta sul monte Argeo non per timore della morte ma perché doveva guidare, sia pur da lontano, i suoi fedeli in quel difficilissimo periodo. Miracolosamente gli uccelli insieme con altri animali gli portavano cibo; e ogni sera si radunavano davanti alla caverna aspettando la benedizione. A volte capitava che qualche bestia ferita o malata si recasse alla grotta perché Biagio la guarisse col segno della croce. L’anno seguente cominciarono a Sebaste i preparativi per festeggiare il quinto anno di regno dell’imperatore Licinio. Era la fine di gennaio del 315: poiché occorrevano fiere per le feste negli anfiteatri, s’inviarono cacciatori al monte Argeo con funi, gabbie e altri arnesi per catturarle. Un gruppo capitò per caso davanti alla grotta assistendo a uno spettacolo inconsueto: invece di azzuffarsi, quelle bestie stavano pacificamente ad aspettare che San Biagio le benedicesse. Sconvolti dalla scena, corsero dal prefetto Agricolao raccontando tutto per filo e per segno; e lui ordinò di catturare immediatamente il vescovo. Quando il giorno seguente, di buon mattino, i pretoriani giunsero alla grotta, Biagio comprese che era giunta l’ora del martirio e li seguì docilmente.
Biagio_pg_01Mentre stava scendendo a Sebaste, una donna gli portò il figlioletto che stava soffocando per una lisca conficcata in gola: la sua benedizione fu miracolosa.  Da quell’episodio è nato il patronato sulla gola. Ma il Santo è diventato anche il protettore contro altre malattie perché, come narra la leggenda, in punto di morte pregò il Signore di concedere la salute a chiunque lo invocasse per un’infermità; e una voce dal cielo gli rispose che era stato esaudito. Per questo motivo nel giorno della sua festa il sacerdote tocca la gola dei fedeli con l’imposizione di due candele incrociate che sono state benedette alla vigilia, alla Candelora. A Monte San Biagio invece, una cittadina laziale in provincia di Latina, la sera del 2 febbraio, davanti all’altare maggiore della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, non si benedicono le candele ma dell’olio di oliva, con cui si ungono le gole nel giorno della festa; e con l’olio d’oliva si benedicono anche le dita, un pane tipico fatto a forma di dita. L’usanza di distribuire pani benedetti si ritrova in molte cittadine italiane dove vengono modellati in modo da assumere la forma delle parti malate. Anche a Roma questa usanza sopravvive nella chiesa di San Biagio alla Pagnotta, officiata dagli Armeni, mentre a Milano si mangia una fetta di panettone conservata appositamente dal giorno di Natale. A Castel di Sasso, in provincia di Caserta, il parroco unge invece la gola con una penna di gallina immersa nell’olio benedetto.Proseguendo il viaggio verso Sebaste San Biagio incontrò una donna disperata perché un lupo feroce le aveva sottratto l’unico porco “non ti affliggere” rispose il Santo alla sua richiesta di aiuto “lo riavrai presto.”. E subito arrivò il lupo restituendo docilmente il maiale. Questo episodio, rappresentato da vari pittori tra cui Sano di Pietro (XV secolo) in un pannello di predella ora alla Pinacoteca di Siena, ha ispirato o meglio giustificato, insieme con la leggenda delle bestie che aspettavano la benedizione all’entrata della grotta, il suo patronato sugli animali.
In realtà questo patronato, non diversamente da quello sugli agricoltori, come si è già accennato, riflette riti pre cristiani di purificazione e dei campi e del bestiame durante l’inverno, come ad esempio le Feriae Sementinae.  Ancora oggi a San Piero sopra Patti, in Sicilia, si mette al bestiame un laccio che è stato precedentemente passato sul collo della statua del vescovo armeno.
Finalmente il corteo con il prigioniero entrò a Sebaste. Quando San Biagio vide nel Foro le statue degli dei le fulminò con lo sguardo facendole crollare: quel gesto fu più eloquente di tante parole. Dopo qualche giorno di carcere il prefetto lo fece condurre in Catene fino al suo palazzo e, siccome il vescovo si rifiutava di sacrificare agli dei, ordinò di torturarlo con la fustigazione a una colonna: ma non ci fu verso di farlo abiurare. Anche il secondo interrogatorio non servì a nulla nonostante l’orrenda tortura: i carnefici lo adagiarono sull’eculeo slogandogli braccia e gambe; poi lo straziarono con pettini di ferro. A quell’episodio si sono ispirati molti pittori che lo hanno raffigurato con il pastorale in una mano e il pettine di ferro nell’altra. Curiosamente cardatori e tessitori lo hanno assunto come loro patrono per la somiglianza dei loro strumenti con i pettini e gli uncini di ferro usati nel martirio. Per completare l’opera, narrano gli Atti, Biagio venne rinchiuso in una corazza rovente e poi rigettato in carcere.
Biagio_pg_02Fra la gente che assisteva alla tortura vi erano anche sette pie donne che avevano inzuppato panni e fazzoletti nel sangue rimasto sul patibolo, considerandolo un sangue Santo. Poi si erano accodate al corteo che riconduceva Biagio in carcere, cercando di lenire le sue ferite con panini imbevuti di balsami; ma i pretoriani se ne accorsero e le condussero dal prefetto accusandole di essere cristiane. Agricolao, vedendo che appartenevano a nobili famiglie, tentò di blandirle perché desistessero dal loro comportamento contrario alla religione romana. Ma non ottenne se non una beffa: le sette donne gli promisero di adorare gli dei se egli avesse fatto condurre i simulacri in riva al lago Vlan. Quando i sacchi che contenevano le statue furono giunti sulla riva del lago, le sette terribili donne li gettarono nell’acqua. Vennero dapprima torturate nude sull’eculeo, poi scarnificate, abbrustolite su sedie arroventate, gettate nelle fiamme. Ma miracolosamente sopravvivevano per mostrare la potenza della loro fede. Infine, giunta l’ora della morte, vennero decapitate alla presenza di due giovinetti che erano stati battezzati e cresimati precedentemente da San Biagio. Uno di loro era figlio di una pia donna che disse: “ Addio, figlioli carissimi, uni, andiamo prima di voi, e voi verrete nel cielo dopo di noi, dove staremo sempre uniti per non separarci mai più”. Anche per il vescovo di Sebaste era giunto l’ultimo atto. Dopo un terzo interrogatorio il prefetto ordinò che fosse gettato in uno stagno con un sasso legato al collo. Il sasso calò nell’acqua mentre il Santo risaliva alla superficie e camminava sulle acque. E fra lo stupore dei presenti si udì la sua voce sfidare i pagani: “Se volete dimostrarmi che i vostri dei sono potenti entrate in questo stagno e camminerete pure voi sopra le onde”. Ottanta uomini accettarono la prova annegando. Allora un angelo dei Signore, illuminandolo con una luce intensa dai cielo, gli disse: ” Ora va’ a ricevere la corona che Iddio ti ha preparato”. Cosi avvenne: San Biagio tornò a riva e il giorno seguente, di buon mattino, fu decapitato insieme con i due giovinetti. Era, secondo la tradizione, il 3 febbraio del 316, giorno che è diventato la sua festa liturgica.


 Dal libro “La vita dei Santi” di Alfredo Cattabiani