Santa Giacinta nasce il 6 marzo 1585 a Vignanello, sul versante orientale dei monti Cimini, nel castello familiare del padre, Marcantonio Sforza Marescotti. L’avevano battezzata Clarice, un nome beneaugurante e a suo modo profetico perché derivava da Clara, ovvero “la luminosa”, e Chiara era la fondatrice dell’Ordine al quale lei sarebbe appartenuta. I primi biografi l’hanno descritta come un bimba molto vivace e precocissima. Si narra che a sette anni fu salvata miracolosamente dalla caduta in un pozzo che esiste ancora oggi con la scritta “Servatus hic puteus, servatae B. Hiacintae aeternum perhibet testimonium”, ovvero: “Questo pozzo conservato è testimonianza eterna della salvezza ottenuta dalla beata Giacinta”. Preoccupati per il suo temperamento irrequieto, i genitori pensarono bene di affidarla alle monache del convento di San Bernardino da Viterbo, che era uno dei più fiorenti della città e si estendeva sul pendio del quartiere di San Pellegrino verso la Vallecupa: come oggi d’altronde. Superiora era una zia, suor Beatrice, che avrebbe potuto curarne l’educazione assistita dalla sorella maggiore di Clarice, Ginevra, anche lei monaca a San Bernardino e apprezzata per la sua bontà.

Giacinta_pg_03Ma Clarice non resistette a lungo alla disciplina conventuale e in capo a un anno tornò a Vignanello. Cresceva alta, bella, consapevole della sua bellezza altera. Sognava un principe azzurro, che un giorno apparve al castello: era il marchese Paolo Capizucchi di Poggio Catino. Ma il padre non tenne in alcun conto l’amore di Clarice che decise di rinchiudere in convento mentre obbligava una sua sorella minore, Ortensia, per nulla innamorata, a fidanzarsi con il Capizucchi. Che cosa era mai successo di tanto grave? Il suo primo biografo, il gesuita Francesco Maria de Amatis, la descrive cosi negativamente “mostravasi tanto ritrosa ed acerba che da pochi era amata e da molti fuggita” che ci induce a pensare che il padre non la considerasse adatta alla vita matrimoniale. Altri biografi la dipingono come “cupa, intrattabile, grave alla famiglia”. Sicché Marcantonio Marescotti, “stanco del suo cattivo umore e delle bizzarrie”, le propose di farsi monaca. In quell’ambiente e in quell’epoca anche una ventenne dal carattere forte come Clarice non aveva alternativa. Ma era veramente una giovane intrattabile, insofferente dell’autorità paterna e poco adatta al matrimonio? O forse il suo comportamento imbarazzava il padre che non era uno stinco di Santo, anzi aveva un carattere violento e litigioso, tant’è vero che morì ucciso da Ubaldino ed Ercole, conti di Marsciano, il 4 settembre i 1608? Vi sono poi due testimonianze che dipingono l’uno e l’altra in modo diverso da quello del primo biografo, il quale forse non voleva dispiacere alla famiglia Marescotti, tant’è vero che nella presentazione del libro si rivolgeva “All’ill.mo e rev.mo Monsignor Galeazzo Marescotti, Arcivescovo di Corinto”, che era il nipote della Santa. Un giorno due contadini del principe, Ottavio Olivieri e Bernardino Buzio, portando in convento del cibo da Vignanello, si lamentarono con Giacinta per i maltrattamenti che subivano da suo padre, tanto diverso da lei. Un altro contadino, che aveva portato una cesta di frutta alle monache da parte del principe, scoppio a piangere. La giovane monaca, vergognandosi per il comportamento del padre, s’inginocchiò davanti al contadino per baciargli i piedi. Questo succedeva nei primi anni, quando Clarice non aveva ancora accettato il suo nuovo stato e viveva negli agi, poco o punto rispettando la Regola di Santa Chiara. Sicché viene da pensare che il contrasto col padre non fosse soltanto dovuto al suo temperamento vivace. Forse lei non accettava quella logica della violenza e della sopraffazione che ispirava il comportamento di Marcantonio, e non glielo nascondeva. Lo imbarazzava e forse persino lo irritava comportandosi con dolcezza con i servi e i contadini, proteggendoli forse. Come avrebbe potuto essere una buona moglie una ragazza poco remissiva e dal comportamento non consono alla sua casta? Cosi doveva pensare Marcantonio.

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L’8 gennaio del 1605 Clarice entrava nel monastero di San Bernardino, come terziaria francescana, prendendo il nome di Giacinta. Il padre le aveva assicurato una ricca dote di 600 scudi e una rendita personale di 40 all’anno. Andò ad abitare in due camere nella parte più alta del monastero, nella zona che, dopo i bombardamenti dell‘ultima guerra, corrisponde al coro attuale: l’una guardava verso l’orto, l’altra verso Pianoscarano, il quartiere di là da Vallecupa. Le arredò lussuosamente, con quadri e mobili di famiglia e con vasellame di maiolica; e volle che la sua tonaca fosse di stoffa finissima. “Rimase nella vita religiosa” è scritto nel processo di canonizzazione “per circa dieci anni non dimenticando ancora le comodità della sua casa, mantenendo con una certa libertà le sue stanze adornate nobilmente e vivendo in maniera confortevole.”. Certo, in quell’epoca le monache che provenivano da famiglie nobili e ricche usavano arredare con mobili familiari le loro celle. Ma Giacinta, che non aveva mai sentito la vocazione e non voleva sottomettersi se non formalmente alla Regola, ostentava probabilmente la sua indifferenza esprimendola in quell’attenzione ai piccoli lussi che le permetteva la vita conventuale. I suoi primi biografi si affrettano a sottolineare che non incorse mai “in colpe di disobbedienza o di scandalo”. Ma qualche predicatore viterbese, fino a pochi anni fa, la presentava come una Monaca di Monza laziale. Esagerazioni di qualche parroco influenzato dal Manzoni? Dove sta la verità? In mancanza di documenti. che forse esistevano nel convento prima del bombardamento che distrusse l’archivio, si può tentare un’ipotesi ragionevole: Giacinta non commise mai scandali, rispettando la vita conventuale, ma per dieci anni visse senza partecipare se non esteriormente ai doveri imposti dal suo nuovo stato. L’immagino fantasticare, sdraiata sul lettino, sul suo principe azzurro, sugli abiti che avrebbe indossato, e le partite di caccia, e le danze… Come doveva essere dura quella prigione cui l’aveva costretta il padre. E a primavera quegli stridii insistenti di rondoni e i profumi del caprifoglio fiorito e il languore dei primi caldi le rimescolavano il sangue. “Perché a me, proprio a me doveva capitare” era un pensiero che le tornava ossessivamente “una simile disgrazia?”. Poi suonava la campanella che invitava alla preghiera comune e Giacinta scendeva nel coro, compunta e altera, a eseguire la parte che le era stata assegnata. A trent’anni fu colpita da una malattia che la costrinse a letto per parecchi mesi. Un giorno capitò nel monastero un dotto francescano, Antonio Bianchetti, molto stimato per il suo rigore morale. Lei chiese d’incontrano. Quando il frate, entrato nell’appartamentino, vide lo sfarzo in cui viveva la monaca, non riuscì a trattenersi: “A nulla gioverà confessarvi” esclamò. “Il Paradiso non è fatto per le persone superbe e vanitose come voi”. E si allontanò rifiutandosi di confessarla. Così perlomeno raccontano i suoi biografi drammatizzando probabilmente l’episodio. Il rimprovero del francescano giungeva al momento opportuno: in pochi mesi erano morti il fratello Galeazzo, la sorella Ortensia, quella che aveva sposato il suo principe azzurro, e la madre Ottavia. Tutti questi avvenimenti, insieme con un sentimento di insoddisfazione per una vita che si stava consumando nel rancore, nella nostalgia e nell’ indifferenza, trasformarono Giacinta. Qualche giorno dopo indossò una rozza tonaca e si recò in refettorio chiedendo perdono a tre monache per il suo comportamento, promettendo di vivere, da allora in poi, come un autentica figlia di Francesco.

Abbandonò il ricco appartamento e scelse una cella angusta dove come ornamento volle soltanto una rozza croce che arrivava fino al soffitto: donata, nel 1841, dal principe Alessandro Sforza Ruspoli, discendente della famiglia della Santa la compagnia dei Sacconi di Roma. Alla croce Giacinta si legava con una grossa catena quando andava a dormire sul suo letto di assi di legno, su cui teneva un materasso di paglia e un sasso come cuscino. Ma quando voleva far penitenza si sistemava in un anfratto del muro chiuso da due ante, una specie di canile, che è stato conservato insieme con la sua cella. Si era tolta i sandali per portare zoccoli che poi eliminò andando scalza. Nelle giornate rigide, quando soffiava tramontana, si recava nel giardino spezzando lastre di ghiaccio per immergere nelle pozze sottostanti i piedi nudi. Un giorno, ritenendo di soffrire troppo poco sul terreno gelato, chiese un’ulteriore penitenza al Signore, una penitenza che le ricordasse la Passione: ed ecco che dai suolo spuntò una piantina che aveva su ogni foglia una spina; la pianta che venne poi chiamata di Santa Giacinta. In realtà si tratta del Ruscus hypoglossum, detto anche ruscolo maggiore o erba bonifica o bislingua. Ogni venerdì si cibava di erbe amare i. ricordo del fiele che fu dato a Gesù; e riviveva gli episodi della Via Crucis trasportando una pesante croce per tutto l’orto. Coronata di spine, percorreva la Via Crucis flagellandosi a sangue e fermandosi ogni tanto presso le cappelline che costeggiavano l’orto. Saliva infine sulla cima del colle, che oggi non appartiene più alle monache, ma è diventato un ristorante. Lungo la salita vi era uno spiazzo con una tavola di peperino dove altre volte la Santa si stendeva in contemplazione. Aveva rinunciato a tutti i privilegi e badava al focolare, sciacquava le stoviglie genuflessa, saliva e scendeva, con la croce in spalla, una lunga scala, puliva gli ortaggi in cucina, spazzava i pavimenti. Quel tenore di vita la sfiancò causandole anche dolori addominali fortissimi che lei accettava serenamente, come espiazione per quei dieci lunghi anni di indifferenza. Cosi come accettava le umiliazioni morali che subiva nei primi tempi dalle sue consorelle, convinte che fosse un’ipocrita. Una volta Giacinta si era inchinata per baciare i piedi di una monaca per chiederle perdono; ma quella reagì colpendola con un calcio al volto e dicendo di smetterla con quei modi che sapevano di ostentazione teatrale. Per dimostrare la loro disapprovazione, giunsero persino a ignorarla. A quelle sofferenze se ne aggiunsero altre spirituali, causate dalle tentazioni del demonio, che cercava di scoraggiarla ispirandole dubbi sulla sua vita di penitenza o addirittura presentandole la vita paradisiaca come uno stato di noia. La infastidiva anche fisicamente con dispetti e piccoli incidenti. Oppure le appariva alla finestra nelle sembianze di un bellissimo giovane che lei cacciava col segno della croce, sbattendogli le imposte in faccia. Le monache mostrano ancora oggi un foro su un balcone lasciato, dicono, dai demonio, che un giorno lo bucò col suo calore durante una foga troppo precipitosa…

Di là dalle amplificazioni leggendarie che accompagnano la vita di ogni personaggio celebre, abbiamo un diario della Santa, ancora inedito, che conservano i Frati Minori Conventuali nel loro archivio generalizio ai Santi Dodici Apostoli di Roma, oltre a lettere e bigliettini dove non soltanto non faceva cenno delle sue penitenze, ma consigliava agli altri moderazione. “Per piccoli difetti o mancanze” diceva fra l’altro ” niuno si turbi o si rattristi, ché siamo di carne e non di marmo, perché chi diede il desiderio darà anche la forza per eseguirlo… Iddio essendo padre amoroso non suol caricare la soma più di quello che possono sopportare le spalle…”.
Giacinta non era una clarissa, ma una terziaria francescana con voti semplici e perpetui, sicché non era tenuta alla clausura rigida e poteva ricevere visite. Grazie a questa sua relativa libertà riusciva a conoscere i problemi dei più poveri o dei sofferenti che aiutava in tutti i modi. Finché un giorno venne a sapere che era giunto da qualche mese a Viterbo un certo Francesco Pacini, un pistoiese di buona famiglia e dal carattere impetuoso, che per amore dell’avventura si era arruolato come soldato un soldato violento, attaccabrighe, pronto a correre dietro alla prima donna graziosa che incontrasse per via. Ne mormorava tutta la cittadina. Giacinta decise di convertirlo. Dopo aver pregato e digiunato a lungo, mandò a chiamarlo da un certo Simonetti, ma il Pacini, burlandosi della Santa, rifiutò l’invito. Giacinta non si diede per vinta. Continuò a insistere in tutti i modi scrisse persino alla madre del soldato, Tarquinia, pregandola di convincere il figlio. Il quale alla fine cedette più per curiosità che per convinzione: fu un colpo di fulmine. Che cosa la Santa gli abbia detto, e con quale dolcezza non Io sapremo mai.

CAST_interno_10Qualche settimana dopo Francesco Pacini indossò un rozzo sacco cingendosi con una funicella, si tagliò i lunghi capelli ed entrò in una chiesa chiedendo pubblicamente perdono davanti a tutti i fedeli per il cattivo esempio che aveva dato. Un giorno domandò a Giacinta: “Dove mai potrò incontrare Gesù”. “Andate allo spedale e troverete Colui che cercate” rispose lei. Da quel momento il Pacini si dedicò ad aiutare i malati dell’ospedale; finché un giorno, mentre stava curando amorevolmente un malato di lebbra, questa spari improvvisamente dalle sue braccia. Grazie alla collaborazione di Francesco Giacinta poté fondare due confraternite per l’assistenza e la cura dei poveri e dei malati. La prima fu chiamata dei Sacconi perché gli iscritti andavano vestiti di sacco per le vie della città suonando una campanella e invitando i cittadini a offrire doni e cibi per gli infermi, i poveri e i carcerati, cui prestavano assistenza ogni giorno.Ma i Sacconi erano anche tenuti, secondo la Regola che Giacinta aveva scritto, a penitenze e preghiere particolari come le funzioni che ancora adesso si chiamano del Carnevaletto perché si svolgono al giovedì grasso. In quel giorno i confratelli dovevano comunicarsi e recitare insieme l’ufficio della Madonna; poi al pomeriggio andavano in solenne processione ad adorare il Santissimo in tutte le chiese dove era esposto. Analoghe confraternite sorsero in altre cittadine dell’ Italia centrale, e persino a Roma, presso la chiesa di San Teodoro. Ancora oggi esistono nelle Marche cinquantacinque Sacconi che nel 1990, in occasione del trecento cinquantesimo anniversario della morte della Santa, sono giunti fino alla basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, e dopo la processione sulla piazza sono entrati in chiesa prosternandosi davanti alla cappella dedicata a Giacinta, che vollero gli Sforza Ruspoli, suoi discendenti, facendola decorare con due quadri di Simon Vouet e un altro del Benefial, dove lei è raffigurata sul letto di morte. Anche nella chiesa di Santa Maria, a Vignanello, vi è un quadro di Giuseppe Passeri dedicato al Transito della beata Giacinta Marescotti.


 Dal libro “La vita dei Santi” di Alfredo Cattabiani